Il talento di Eros Puglielli quest’anno ha permesso la produzione di ben due film: Copperman, che unendo dramma e commedia racconta a suo modo il filone supereroistico, e Nevermind, completamente diverso nella struttura e nelle tematiche. Sarà il secondo ad essere affrontato in questa sede. Impostato su un registro grottesco, Nevermind è un film a episodi che racconta cinque storie al limite dell’assurdo utilizzandone una come filo conduttore. Il numeroso cast è formato, tra gli altri, da Paolo Sassanelli, Andrea Sartoretti, Giulia Michelini, Massimo Poggio, Alberto Molinari e Gualtiero Burzi.

Per stessa ammissione dell’autore, l’artificio usato per collegare le storie è volutamente ispirato a quello utilizzato da Luis Buñuel in Il fantasma della libertà (1974). Le due opere tuttavia hanno in comune un altro elemento ancora più importante; il senso di disagio che causano nel pubblico mostrando situazioni che sono sì verosimili in sostanza, ma del tutto al di fuori del quotidiano.

L’oscurità è di casa in Nevermind. Anche l’unica storia che sembra virare verso la rassicurazione mostra il rovescio della medaglia. Ciò che vediamo è un campionario di tutto ciò che caratterizza i lati più nascosti e inquietanti dell’essere umano: follia, disprezzo, mancanza di fiducia, abusi, crimini. Per quanto le situazioni siano paradossali, grazie alla loro vicinanza alla realtà di tutti i giorni finiamo per sentirle nostre. Ci mettono in soggezione, ma allo stesso tempo ci divertono, in una dinamica che rispecchia in pieno la moltitudine di sfaccettature che caratterizzano l’umano.

Tutti gli interpreti si dimostrano perfettamente a loro agio nelle parti costruite loro attorno. Dall’amabile psicologo vittima degli eventi (Sassanelli) all’impeccabile, ma solo in apparenza, avvocato (Molinari); dalla babysitter sgomenta in cerca di risposte (Michelini) all’accondiscendente lontano cugino (Burzi). È un cast estremamente variegato che riesce a rappresentare in pieno l’arcobaleno di sensazioni e caratteri necessario a mettere in scena un intreccio narrativo simile. Un arcobaleno molto più grigio della media, ma pur sempre stratificato.

Puglielli, veterano degli effetti speciali, mette in scena anche questo talento nel migliore dei cinque episodi, quello che vede l’aspirante cuoco Valerio (Sartoretti) come protagonista. Ossessionato dal suo rivale in cucina (e in amore), Valerio mette in atto una terapia sperimentale che lo fa letteralmente “sparire” ai suoi occhi. L’uomo sparisce quindi anche agli occhi dello spettatore, in una serie di efficaci sequenze che nel cinema italiano sono ancora troppo poco presenti e che in Nevermind, visto il basso costo e i ristretti tempi di produzione, acquistano anche maggior valore.

Nevermind sembra non voler risparmiare nessuno. Negli episodi che vanno a formare la trama, ad essere sommersi dalle bizzarre situazioni sono sia i colpevoli che gli innocenti. Se i secondi sono solo molto sfortunati, c’è però da dire che i primi sono sempre responsabili del loro destino infausto. In un certo senso, questo tradisce la vena nichilista della quale il film sembrava volersi farsi portavoce, mettendo in mezzo un discorso morale che vede i maligni come vittime meritevoli del fato avverso loro riservato. Questa presa di posizione forse un po’ fuori luogo, unita ad alcune (non gravi) ingenuità registiche, è il principale punto debole di Nevermind. Ma di fronte a tutte le carte che il film di Puglielli ha da giocare, la cosa finisce per non essere più così rilevante.

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